IL GOVERNATORE DEL LAZIO, PIERO
MARAZZO, È CONVINTO CHE I GIOVANI DEBBONO CONOSCERE LA
STORIA DEI LORO NONNI, BISNONNI, ZII, CHE SONO STATI COSTRETTI
A LASCIARE L’ITALIA PER LAVORARE
“Mi chiamo Piero Marrazzo e vorrei
raccontarvi due o tre cose che so di me”, questo è
l’incipit della breve autobiografia con cui il Governatore
del Lazio si presenta ai concittadini, attraverso la propria pagina
web. Uno stile colloquiale, chiaro, diretto che mostra, a chi
non lo sapesse, l’origine giornalistica del governatore:
ha lavorato per anni alla Rai, prima di approdare alla politica,
vecchia passione giovanile.
“Negli ultimi otto anni ho condotto
‘Mi manda RaiTre’. Di quella magnifica esperienza
non dimenticherò mai i volti delle tante madri che venivano
in trasmissione per battersi per i diritti negati dei propri figli.
Sono fiero di essere stato Ambasciatore dell’UNICEF e di
far parte della Fondazione Caponnetto, il fondatore del pool antimafia
di cui facevano parte Falcone e Borsellino, e della Fondazione
Pertini”. Amante di Totò, De Sica e il teatro di
De Filippo, alla Voce d’Italia affida le proprie considerazioni
sugli italiani nel mondo.
- Governatore, iniziamo subito dai numeri: quanti laziali
ci sono in America Latina, e in Venezuela? In che periodo sono
emigrati?
- Non abbiamo dati certi perché un censimento
vero e proprio, che comprenda tutti i connazionali emigrati nel
tempo nelle generazioni che si sono succedute, non c’è.
Le emigrazioni sono avvenute a ondate successive dai primi nel
1900 in poi, quasi sempre in conseguenza di eventi bellici. Per
quanto riguarda gli ultimi anni, il profilo dell’emigrante
è quello del lavoratore all’estero che dipende da
una società italiana o dell’imprenditore che esporta
la sua capacità lavorativa. Le stime dicono che la presenza
di emigrati laziali sia di oltre 150.000 in tutta l’America
Latina, con una forte presenza in Argentina. Per quanto riguarda
il Venezuela, i dati forniti dalle associazioni parlano di circa
10.000 unità.
- Sta cambiando il rapporto tra le regioni e le proprie
comunità?
- Recentemente sono stato in Argentina e ho potuto
verificare di persona quanto grande sia l’amore e l’interesse
per l’Italia dei nostri connazionali. E’ innegabile
che negli ultimi anni il rapporto sia cambiato. Mi sembra che
si sia passati da un’attenzione che chiamerei burocratica,
sui trattamenti pensionistici o l’anagrafe, a un interesse
politico e culturale sull’evoluzione dei destini dell’Italia.
Oggi penso che si debba ragionare sulla possibilità di
costruire legami di tipo economico, nei quali i nostri emigrati
siano i primi agenti all’estero del made in Italy e dello
stile di vita italiano. Penso alla moda, al cibo, alla gastronomia,
al turismo, ma anche a un prezioso lavoro sul territorio, per
cercare nuovi mercati e opportunità. Per questo, ritengo
che le Regioni possano svolgere una funzione fondamentale, grazie
alla loro prossimità con i cittadini e le imprese.
- Concretamente, quanto spendete per gli italiani all’estero,
e per cosa spendete queste risorse?
- Nel 2005 la spesa riferibile alla sua domanda
è stata di circa un milione e mezzo di euro. Altrettante
risorse sono previste per il bilancio 2006. La Regione ha una
legge, la 23/03, che definisce gli ambiti di spesa. Sinteticamente,
si tratta di interventi per superare le difficoltà inerenti
le condizioni di vita e di lavoro nei Paesi di emigrazione e per
mantenere e rinsaldare il legame degli emigranti con la terra
e la cultura di origine. Quindi interventi socio-assistenziali
come quello realizzato a Caracas per la fornitura dei farmaci
salvavita ai meno abbienti e iniziative culturali nei diversi
Paesi e in Italia.
- Molti figli di italiani vorrebbero scoprire la terra
dei padri, la Regione al riguardo ha previsto borse di studio?
- In collaborazione con le Associazioni degli
italiani all’estero organizziamo corsi di italiano, viaggi
di studio per conoscere l’Italia e accordi tra le università.
Questa è la strada che abbiamo deciso di percorrere: sono
convinto che si possa fare molto di più per rafforzare
il legame tra l’Italia e questi giovani.
- La nostra emigrazione è ancora un fenomeno poco
approfondito, e spesso trascurato dai libri di storia, come mai?
- E’ vero. A volte sembra che la storiografia
italiana abbia voluto dimenticare il contributo dell’emigrazione
italiana allo sviluppo del paese. Sembra quasi che, a partire
dal benessere prodotto dal boom economico degli anni Sessanta,
ci si sia vergognati del volto povero di una Italia alla ricerca
di futuro. E’ stato senz’altro un grosso errore, anche
se negli ultimi tempi, qualcosa si muove in senso inverso. Sono
convinto che conoscere la storia e l’impegno degli emigranti
italiani possa aiutare a comprendere meglio il fenomeno di immigrazione
che arriva nel nostro paese, con le stesse motivazioni con le
quali i nostri connazionali partirono tanti anni fa.
- Quanto è stata importante l’emigrazione
per la sua Regione, e i vecchi emigrati di un tempo, con le loro
nuove generazioni, possono essere oggi un valore aggiunto per
il Lazio?
- Si può dire che ogni famiglia italiana
abbia un emigrato nella sua storia. Ho già detto come penso
si debbano costruire nuovi legami. Posso aggiungere che per farlo
vada coltivata la memoria. I nostri giovani devono conoscere la
storia dei loro nonni, bisnonni, zii, che sono stati costretti
a lasciare l’Italia per lavorare, cercando fortuna in un
altro continente. Ma credo anche che i giovani debbano dialogare
con i loro pari età figli e nipoti di quelli emigrati.
Oggi abbiamo nuove possibilità: internet e le nuove tecnologie
possono diventare un formidabile ponte per costruire e rinnovare
questi legami.
- Governatore, per concludere, chi sono i nostri connazionali
all’estero?
- I nostri connazionali sono i primi innamorati
dell’Italia. Basta vedere l’entusiasmo che ha accompagnato
la nostra Nazionale di calcio ai Mondiali in Germania. Gli italiani
all’estero sono una grande risorsa del nostro Paese (inform)